Al tempo del popone, l'ago si ripone”.

Era il detto che già nella prima settimana di luglio mio padre e i suoi colleghi sarti ripetevano come un mantra! In effetti a luglio il lavoro, e non soltanto dei sarti, ma anche di tanti commercianti e artigiani, andava contraendo i vertiginosi ritmi che il boom, quello che fu chiamato il “miracolo economico italiano” galvanizzava le città per gli altri 10 mesi. A ben guardare, non c'era poi quel fuggi fuggi che caratterizzò gli anni '70 e '80. Intanto a scuole finite c'era da trovare qualcosa da fare ai ragazzi. Alcuni andavano ad aiutare i genitori a bottega o a far cannelli da qualche tessitore amico di famiglia, ma la maggioranza bighellonava per le strade, giocando dalla mattina alla sera rientrando solo per mangiare all'ora di pranzo, con la classica arrabbiatura delle mamme: ma questa casa, che l'ha presa pe' un arbergo? Va a fare i compiti, sennò tu resti gnorante e ciuo come to pa’!

Ma figurati, c'erano le interminabili partite di calcio sui “Casci” di Piazza Mercatale, le corse in bici in Giolica o al Palco, ai Cappuccini no, perché erano rari come i can gialli quelli che riuscivano a salire l'erta che portava ai Cento Pini. Il bagno in Bisenzio era fra i passatempi più gettonati, anche perché proibitissimo dalle mamme che raccontavano di residuati bellici inesplosi responsabili di amputazioni agli arti di certi incauti ragazzi. I posti più ricercati per i tuffi e per mettere in mostra la muscolatura erano il ponte della ferrovia davanti alla Passerella e, poco più a nord, il Muro Rotto sotto la fabbrica del Calamai. A dire il vero non è che ci fosse poi molto da mettere in mostra, anche perché erano ritrovi per soli maschi, troppo disdicevole per le femmine frequentare quei luoghi di... perdizione. E le ragazze allora, finita la scuola, come passavano le giornate? Intanto essendo molto più controllate, (!) si radunavano in casa di qualche amica trascorrendo pomeriggi a fantasticare sulle avventure amorose di Mastroianni o di Maurizio Arena che coinvolgevano la Loren e la Mangano, come riportavano Sogno o Grand Hotel, settimanali dalle tirature indicibili. C’era poi la gara, ma erano più che altro fantasticherie, a chi avrebbe per prima gettato nella spazzatura quegli orribili calzettoni bianchi e indossato le seducenti calze di nylon, abbinate magari alle provocanti giarrettiere.

Dal 1962 la piscina di Via Roma divenne la riviera di tantissimi pratesi, sia per quelli che non avrebbero trascorso le ferie in Versilia, sia per chi voleva sfoggiare già un’abbronzatura decente e non passare da “allupino”, ad agosto sotto l’ombrellone. La piscina fu anche per i ragazzi una valvola di sfogo, così come erano state fino ad allora le colonie. Al mare Calambrone o Tonfano, in montagna Gavinana o Maresca, solitamente due o tre settimane, partenza da Piazza del Comune o delle Carceri con vecchi bus della Cap. Valigetta di cartone con tutto il necessario cifrato dalle mamme con dei numerini di tela comprati dall'Abati (Occhini Neri) in Piazza Duomo o dal Panci in via dei Sarti. In colonia subito in spiaggia, ma prima di fare il bagno trascorrevano 3 giorni. Dicevano per acclimatarsi, ma io credo fossero solo scuse inventate dalle vigilatrici per stare più tranquille. Nei miei due anni a Calambrone, posso dire con certezza che nessuno dei miei coetanei si sia divertito tantissimo. Addirittura la notte si sentivano i più mammoni singhiozzare per le prime lontananze da casa. Devo però ringraziare quell'esperienza perché il secondo anno, quando vennero a trovarmi i miei, tornando dallo stabilimento di Tirrenia dove avevamo trascorso la domenica, misi un  piede su un mozzicone di sigaretta. La conseguenza fu una vescica enorme con successiva infezione e febbrone.  In infermeria ero l’unico e per passare quei dieci giorni interminabili, curato con punturoni di penicillina, lessi di fila 6 o 7 libri. L'Isola del Tesoro, Robinson Crusoe, Tom Sawyer e Gulliver furono una scoperta che mi fece appassionare alla lettura, passione mai più sopita.


E per chi rimaneva a Prato, la sera tutti a zonzo con in mano una fetta di cocomero dal Papa sul Mercatale o di Macchia in Piazza Ciardi, e magari una volta la settimana, la famiglia tutta unita a cercare refrigerio ai bar con i tavolini all’aperto; San Marco sull'angolo di viale Piave, da Nandino sul lato opposto della piazza o al Bar Europa nell'omonima piazza, ma da tutti i pratesi chiamata l'Esedera, fino talvolta a spingersi in Piazza Stazione sull'angolo di via Buozzi. E al ritorno i bambini stanchi, a brigellotto del babbo che magari aveva ancora qualche giorno da lavorare prima delle ferie. Che ci fosse da spedire le ultime pezze, o che un artigiano dovesse consegnare gli ultimi lavori, potete star certi che dal primo fine settimana di agosto Prato chiudeva. O meglio, diciamo che si trasferiva nella sede estiva: Viareggio!

Là in Versilia era tutto un salutarsi fra concittadini e spettegolare sul concorrente: “lo sai i tale e un riapre a settembre... la Cassa la gl'ha chiuso i cordoni”. A una certa ora del pomeriggio Piazza Mazzini pareva diventata Piazza del Comune e il Casablanca il Bar Magnolfi. In passeggiata c'erano più pratesi che in via Garibaldi e nel Corso. Poi la sera le signore, che avevano poca voglia di piazzarsi davanti ai fornelli, si mettevano in ghingheri, obbligavano i mariti a rivestirsi, camicia e pantaloni lunghi, e via nei ristoranti più alla moda o in Darsena “in doe si spende i giusto e i pesce gl'è sempre fresco”. Per i più giovani il raduno con gli amici, una sorta del pratese Bata (tradizionale ritrovo in Piazza Duomo) era sotto l'orologio della FIAT, a due passi da una gelateria resa ancor più famosa da un'indovinata battuta di una Rivista del Buzzi “ se tu se bono ti porto a vedere mangiare i gelato da Fappani”. Un giorno dei primi d'agosto di qualche anno addietro, pensa te, non avevo ancora l'età per la patente, con gli amici del Bar Italia si parte con 3 o 4 macchine; ovviamente appuntamento sotto l'orologio. Si va a cercare una pensioncina che conosce uno di noi, ci si sistema nelle camere, poi si va a cena e a ballare alla Bussola, tanto c'è Lorenzo che ci fa passare di straforo. Le mattinate in spiaggia, tanto qualche “vecchio” del bar che c'ha l'ombrellone e la cabina si trova sempre! Per pranzo un panino in passeggiata, il pomeriggio a bighelloni, anche se è rimasta epica una partita di calcio contro quelli del Bar Continental, accanto e concorrente del nostro in via Garibaldi. La gara terminò sei pari, ma soprattutto in scazzottata. Routine per una decina di giorni.


I pratesi passavano le ferie con giornate a dir poco ripetitive. Le signore occupate da accanite partite di ramino ed i bambini che facevano “segnare” i gelati sul conto del babbo, con i gestori dei bagni che gonfiavano i conti e si sfregavano le mani! I fabbricanti come minimo due volte la settimana un salto in ditta a Prato lo dovevano fare: “bah, bisogna che andia a vedere se tutto gl'è a posto, e a pigliare la posta”. Un po' era una scusa per liberarsi almeno per qualche ora di moglie e figli e di quell'arpia della suocera, ma in fondo in fondo c'era già la voglia di riprendere a settembre.

Nei primi anni '60 il 15 d'agosto, per Santa Maria, che nessuno a Prato chiama Ferragosto, sempre più villeggianti tornavano per un giorno in città. Il sindaco Giovannini, stimato anche da molti oppositori, aveva fatto sua un’intuizione di Gino Borchi, e verso le 5 di pomeriggio in Piazza del Comune tagliava la prima fetta di uno dei tanti cocomeri messi già in fresco dal giorno prima nella fontana di Bacchino. Ogni anno i pratesi che si “sbrodolavano” mangiando a morsi fettone della rossa cucurbitacea, aumentavano di numero, certo non quanti i senesi che lasciavano in massa le spiagge maremmane per assistere al Palio dell'Assunta, ma intorno a Bacchino c’era sempre più fitto. A dar man forte nel taglio toccava agli specialisti, proprietari dei chioschi estivi. Il più famoso era Pinacca, che in Mercatino, coltellone in mano davanti al suo barroccio, attirava i clienti con il suo rituale grido: “venti la nave”, riferendosi alla forma della fetta di cocomero, e continuò anche quando la porzione si era fatta più scarna e costava già 50 lire. Negli ultimi anni, la festa, spostata all’ombra delle “Imperiali Castella”, ha perso molto del suo fascino, anche se non per tutti. Quest’anno poi il COVID farà saltare l’evento che resiste da sessanta anni, e purtroppo per l’invidia di qualche astioso per Santa Maria, anch’io come ho fatto negli ultimi due anni, non potrò goliardicamente omaggiare i pratesi rimasti in città di una fettina di castagnaccio… dite fuori stagione? Mah, eppure i primi due anni è andato a ruba!