Ci sono dei posti che hanno una storia da raccontare: te la raccontano le scale, i muri, il pavimento, i libri, gli odori. Il Teatro Metastasio è uno di questi posti: i soffitti alti, gli affreschi, le enormi librerie. La stanza del presidente della Fondazione Teatro Metastasio Massimo Bressan è spaziosa e di un’eleganza sobria. Perché alla fine il teatro è un po’ così: ti accoglie, ma non ti stringe, perché c’è sempre uno spazio tra te e quel luogo di cultura, che a volte ti sembra distante.

Qui si è scritta la storia della Cultura europea, quella vera, con personaggi che hanno dato il proprio contributo allo sviluppo di un teatro che ha attirato su di sé l’attenzione internazionale, anche se collocato in una città di provincia. Quella storia il Metastasio se la porta sulle spalle: un onore ma a volte anche un fardello pesante da portare. Nelle scorse settimane si è concluso il primo mandato di Massimo Bressan alla presidenza della Fondazione Teatro Metastasio. Quando fu nominato ci fu un po’ di sconcerto: un curriculum da antropologo ed economista,  legato al mondo culturale in pratica solo come spettatore. Silenziosamente, senza rilasciare troppe interviste o cercare di mettersi in mostra, Bressan ha portato a termine il suo primo mandato e il Cda della Fondazione lo ha rinnovato per altri quattro anni.


Presidente Bressan, quando è stato nominato le era stata affidata una missione: di cosa si trattava?
«Era un momento molto delicato, c’era una fase di cambiamento da gestire. Era stata approvata da poco la nuova legge sull’accesso al fondo unico per lo spettacolo, che di fatto ha cambiato le regole per l’accesso ai fondi ministeriali. Sono stati introdotti una serie di indicatori che valutano non solo la solidità economica del teatro ma anche la qualità artistica delle sue proposte. Insomma, era necessario apportare un cambiamento importante all’organizzazione della struttura».

È stato anche il momento del passaggio da teatro stabile a TRIC, teatro di rilevante interesse culturale. Cosa ha comportato questo cambiamento?
«Di fatto i teatri stabili non esistono più e non avevamo i numeri per essere un teatro nazionale, così come definito dalla nuova normativa. Essere TRIC è una collocazione ideale per il Metastasio, per la dimensione della città e del teatro. Ci consente di avere una maggiore libertà nelle scelte artistiche e non ci ha penalizzato nel reperimento delle risorse ministeriali, anzi. Quando il Metastasio era teatro stabile riceveva dal Ministero 500 mila euro all’anno, nel 2018 siamo arrivati ad ottenerne 950 mila. E questo perché abbiamo fatto nuovi progetti e ci siamo messi in gioco».

Ma ai pratesi è dispiaciuto aver perso quel ruolo centrale che il Metastasio aveva nel panorama toscano.
«In nessun’altra città dove è avvenuto qualcosa di analogo è stata riservata a questo cambiamento l’attenzione che ha ricevuto a Prato. Anche a Venezia, ad esempio, è successa la stessa cosa, ma non è diventata un argomento di confronto politico. Si parla molto di identità in questo momento e si perdono molte energie a guardarsi indietro, rimpiangendo la Prato di un tempo. A Prato c’è chi soffre di “melancolia” (malinconia ndr): inchiodati al passato, non si riesce ad affrontare il futuro».

E qui viene fuori l’antropologo. Ma secondo lei il Metastasio è un luogo identitario per la città?
«Io credo che Prato sia una città cresciuta sul cambiamento, grazie a imprenditori che hanno sempre avuto una grande apertura verso l’esterno e che hanno saputo interpretare quello che gli accadeva intorno. Chi meglio di chi lavora nella moda sa intercettare i trend? Il radicamento è importante, ma non ha a che fare con l’identità: identico è qualcosa che non si muove, che è fermo. Nella cultura questo non può esistere e il teatro serve a questo: a fornire stimoli per far maturare la contemporaneità, strumenti per interpretare quello che ci accade intorno».

Quindi le scelte artistiche vanno in questa direzione?
«Se c’è una cosa che ci viene riconosciuta anche all’esterno è quella di aver saputo operare tracciando una linea culturale ben definita. Siamo sempre attenti al cambiamento, diamo spazio a nuovi lavori che trattano anche tematiche considerate marginali dal teatro. Abbiamo dato spazio anche a registi locali: lo scorso anno abbiamo prodotto Livia Gionfrida, quest’anno Riccardo Goretti. I famosi indicatori ministeriali di cui parlavo prima, riguardano la solidità economica ma anche la qualità artistica, che viene misurata da una commissione ministeriale: nel 2015 avevamo un punteggio di 12/30, nel 2018 24,5/30. Siamo il quinto teatro italiano».

E sul versante economico?
«Sia il bilancio 2017 che quello del 2018 ci mostrano una struttura sana, che non ha debiti, anche grazie a una gestione attenta e al riassetto generale che abbiamo portato avanti in questi anni. Il 35% delle nostre entrate viene da biglietti e dalle tournée delle produzioni, la Regione ha incrementato di 200 mila euro negli ultimi 2 anni il proprio contributo, un riconoscimento al fatto che stiamo lavorando bene».

Proviamo a fare un’analisi economica del Metastasio: quali sono i vostri competitor?
«Trovo molto interessante il Teatro dell’Emilia – Romagna. E poi, avendo come obiettivo quello di individuare proposte nuove, seguo con interesse i festival che ci sono in giro per l’Italia».

Qual è il vostro pubblico di riferimento?
«Abbiamo un pubblico mediamente più giovane rispetto a quello che frequenta il resto dei teatri della Toscana. Lavoriamo molto con le scuole e la nostra proposta culturale può risultare più interessante per questo target. Il nostro raggio d’azione è toscano, gli spettatori arrivano anche da fuori Prato. Proprio per dialogare meglio con un pubblico giovane, stiamo lavorando a una implementazione dell’attività sui social».

Quali sono i punti di forza e di debolezza del teatro?
«Uno dei punti di forza è il nostro rapporto con il pubblico, che ci resta fedele. Un altro punto è sicuramente la nostra capacità produttiva, frutto di un grande lavoro in team. Un punto di debolezza è quello di non essere capaci di capitalizzare quello che facciamo. E poi non aver completato l’operazione sul Fabbricone, ma questo è più un rimpianto».

Quali progetti ci sono sul Fabbricone?
«Quell’area sarà oggetto di una pesante trasformazione nei prossimi anni, la nuova amministrazione dovrà occuparsene. Con il nuovo progetto la Fondazione dovrebbe diventare proprietaria del Fabbricone e del Fabbrichino e questa potrebbe essere l’occasione per creare un distretto culturale importante, con il teatro che diventa un vero e proprio spazio aperto».

E sul teatro Magnolfi che progetti ci sono?
«Questo progetto spero di portarlo a termine prima delle prossime elezioni: vogliamo mettere a disposizione della città l’archivio del Metastasio, che è enorme. Abbiamo foto, video, audio, testi, che devono essere resi fruibili. Abbiamo digitalizzato tutto l’audio e stiamo procedendo anche con gli altri materiali. A breve saranno resi disponibili al Magnolfi».

Le elezioni rappresentano una scadenza importante per lei?
«Il Cda ha rinnovato il mio mandato perché è fondamentale che l’organo sia completo e funzionante per poter operare. È chiaro che il mio incarico è deliberato dai soci: se i soci cambiano indirizzo politico, è evidente che il nuovo sindaco potrà fare una scelta diversa».