Teneva in una mano un piccolo accendino. Era pronto a far scoccare la scintilla che avrebbe fatto saltare in aria tutta la casa, dove era difficile anche respirare per colpa del gas lasciato aperto. “Vi ammazzo, ora vi ammazzo tutti”: se non fosse stato per il veloce intervento della polizia, avvisata di nascosto dalla figlia maggiore, la vita di Anna e dei suoi due figli - oltre a quella dell'uomo - sarebbe finita probabilmente lì, in quel pomeriggio di dicembre, con una grande esplosione.

Marco aveva costretto la sua famiglia a lasciare tutti gli amici e a trasferirsi a Prato qualche anno prima: aveva trovato un lavoro. Anna era pure contenta, “Ce ne andiamo da questo paesino, ci rifacciamo una vita, ricominciamo da capo”. Le violenze però non sono mai mancate. Una volta Marco l’ha segregata in casa senza cibo per due giorni. La famiglia di lei l’aveva lasciata sola. E come spesso accade, l’illusione di una nuova vita viene tradita dalla realtà: Marco spende tutto quello che guadagna, fa uso di droga, picchia, offende e violenta. Pianta coltelli nelle ante degli armadi, come monito: “Siete roba mia, vi distruggo”.

Quando Anna si rivolge per la prima volta al Centro Antiviolenza di Prato porta i segni evidenti di violenze fisiche e psicologiche; è accompagnata dai figli, la maggiore è la più risoluta, cerca di capire quale sia la cosa migliore da fare per proteggere la mamma e il fratellino. Quando accade l’episodio dell’accendino, Marco viene condannato a due anni e mezzo, una parte la passerà in carcere un’altra ai domiciliari, lontano dalla sua famiglia.

Finita la pena non perde occasione per spaventare Anna e la figlia maggiore: le aspetta alla fermata dell’autobus o al bar, compare abbastanza lontano in modo che nessuno possa accorgersene, ma abbastanza vicino da far leggere loro il labiale. Dalla sua labbra escono solo minacce di morte.

Tutti i giorni, una goccia di terrore quotidiana che crea un solco su vite già traumatizzate. “Ancora non riesco a camminare serena per strada, ho paura di ritrovarmelo dietro dal nulla”, racconta Anna oggi. Intanto la protezione della figlia nei suoi confronti diventa sempre più acuta e morbosa, le controlla le spese e gli spostamenti, vuole sapere tutto quello che fa. Un comportamento aggressivo che si sviluppa spesso nei figli adulti che hanno visto e subito violenze, che da protettori si ritrovano a comportarsi nel modo in cui lo faceva il padre.

Con fatica riescono a provare le minacce e i pedinamenti di Marco, che torna in carcere per una seconda volta. Ci rimarrà poco e tornerà in libertà, com’è tutt’oggi.

Un giorno la mamma di Anna le confessa un fatto successo tanti, troppi anni prima, e che fino a quel momento le aveva taciuto. Era ancora il periodo in cui vivevano nel loro paese di origine. Una sera si trovava nell’orto quando un uomo con una calza in volto l'aggredisce e tenta di violentarla. Divincolandosi, la donna riusce a fuggire. La madre confesserà che quell’uomo era Marco. Una tardiva confessione che avrebbe fatto tanto durante il processo ai suoi danni.

Ora Anna lavora, è riuscita a ricostruirsi una vita e a far laureare il figlio minore, ma non ha mai ritrovato il coraggio di innamorarsi di nuovo.