«Mi sento come un quadro di Picasso, un’identità scomposta». Anna ha conosciuto Marco quando aveva 18 anni, grazie ad un gruppo di amici in comune. Era rimasta affascinata dai valori che condivideva, dalla voglia di creare una famiglia e dalla sua profonda fede cattolica. Lei aveva anche fatto la catechista nella parrocchia dei genitori per un periodo: così iniziano a frequentarsi e dopo qualche tempo Marco la convince a frequentare la sua comunità religiosa. Si tratta di gruppo cristiano che celebra funzioni in latino e chiede alle donne di parteciparvi con il capo coperto e ampie gonne rigorosamente sotto al ginocchio. I pantaloni sono vietati in questo contesto, come l’utilizzo degli anticoncezionali a letto: per questo motivo Anna rimane incinta del primo figlio sei mesi dopo avere conosciuto Marco. Il culto si trasforma in breve tempo in una forma di possesso. I due si sposano, Anna si allontana sempre più dai propri genitori e va a vivere nella casa dei suoceri. Lui ha sempre vissuto in una famiglia dove le figure femminili lo hanno sempre accontentato e si aspetta lo stesso trattamento da lei. Quando non viene accontentato, si arrabbia.

Dopo non poca insistenza, Anna riesce a convincerlo a trasferirsi in un'altra casa, adiacente a quella dei suoceri. La mamma di Marco è sempre presente anche qui, pronta a mettere bocca su come lei curi la casa o accudisca i figli. Poco dopo il matrimonio, infatti, è arrivata anche la seconda figlia. La gestione casalinga è totalmente affidata ad Anna. «Io mio padre l’ho sempre visto poco e guarda come sono cresciuto bene, se i tuoi figli sono degli alberi storti è colpa tua», la rimprovera Marco ogni volta che ne ha l’occasione. Denigrazioni e offese sono all’ordine del giorno, in un contesto in cui Anna è costretta a rimanere sempre tra le quattro mura di casa. «Mi ha manipolato, mi ha allontanato dalla mia famiglia e dalle mie amiche perché le considerava peccatrici, fuori dalla giusta via». Non viene mai coinvolta nelle decisioni familiari, nemmeno quando lui perde il lavoro, a seguito di un litigio con un cliente. Si abitua a vivere camminando sulle uova, senza alzare mai la testa, cercando di fare da scudo tra la frustrazione di Marco e i loro due bambini. Se in casa accade qualcosa ai suoi occhi sbagliato, la colpa è sempre di Anna.

Marco inizia a pretendere ogni giorno prestazioni sessuali, incurante dello stato d’animo della moglie. Ad ogni amplesso viene dato un voto e, se non soddisfatto, la musica è sempre la stessa: «Sei una vecchia, se mi sposavo una puttana mi sarei divertito di più». Anna accetta tutto pur di tenerlo calmo, per non farlo arrabbiare coi figli. Le sue richieste si fanno sempre più esigenti, ma gli anticoncezionali rimangono proibiti e per questo motivo Anna rimane incinta altre due volte, abortendo poi sempre in maniera naturale. Questi traumi la segnano nel profondo: la ginecologa le consiglia di utilizzare la spirale per salvaguardare la salute. «È peccato, ricadrà su di te e i tuoi figli», commenterà lui. Mentre la vita sociale di Marco prosegue in totale autonomia, col tempo Anna riesce a conquistare una pizza con un’amica ogni tanto. Il patto è questo: «Tu vai, torni prima di mezzanotte e io al rientro ti controllo la biancheria intima».

Nella lavanderia di casa Marco fa installare un armadio blindato: non viene dato di sapere cosa ci tenga dentro ed è vietato chiederlo, se non lo si vuole far infuria re. A protezione, installa una telecamera: Anna un giorno va a fare una lavatrice e, sentendosi osservata, gira la telecamera verso il muro. Qualche attimo dopo arriva un messaggio sul cellulare che le chiede di rimettere a posto la telecamera. «Mi ha rovinato anche l’ultimo regalo di mia madre», racconta Anna. Gravemente malata, la madre le aveva infatti chiesto di farsi un regalo, di andare a comprarsi un vestito coi suoi soldi. «Che te ne fai? Per andare dove?». Bastano queste frasi per convincerla a non acquistare niente. La madre morirà pochi giorni dopo. Marco controlla tutto quello che lei fa durante la giornata - le indagini faranno scoprire poi un gps installato di nascosto sull’automobile per conoscerne tutti gli spostamenti -, ma ogni tanto le fa un “regalo”: quasi sempre un oggetto per soddisfare nuovi desideri sessuali. «Mi mancava il respiro, mi sentivo inadeguata, mi facevo senso».

La pressione cresce e con essa anche i figli che ormai sono grandi e iniziano a prendere le parti della madre. «Ora che sei maggiorenne posso distruggerti», dice un giorno Marco al maggiore, tirando un calcio a una sedia. Per la tensione Anna sviene e viene portata al pronto soccorso, dove i medici si accorgono da subito che fisicamente non c’è niente che non vada. Una psicologa che l’assiste le consiglia di rivolgersi a un centro antiviolenza per farsi aiutare. Episodi di ansia, di panico, la mancanza improvvisa del respiro aumentano e, presa dallo sgomento, Anna decide di raccontare tutto al cognato, che poi chiede spiegazioni al fratello. «Ti rado al suolo, ti anniento, tu sei un mio prodotto, ti ho creata io», le grida Marco mentre distrugge tutte le fotografie che hanno sul cassettone. «Ti prego, fai piano, la bambina ha l’esame di maturità dopodomani, sta riposando», piange lei. «Ringrazia tua figlia, ti dò altri due giorni di vita», urla lui uscendo di casa. La mattina seguente Anna incontra il padre, gli racconta tutto e si fa convincere a trasferirsi coi figli da lui e a denunciare una volta per tutte Marco alla polizia. Oggi sono in corso le indagini a carico di Marco per maltrattamenti e violenza sessuale.

«Sono stata una completa deficiente, non mi sono accorta di cosa stava succedendo, non riuscivo a vedere il mio malessere e quanto stavo male». Anna è distrutta dai sensi di colpa e si sta facendo aiutare dal Centro Antiviolenza di Prato e da uno psicoterapeuta. Sono i figli la vera salvezza: adesso progettano di andare a vivere insieme e aiutano la mamma anche economicamente con qualche lavoretto saltuario tra un esame all'università e l'altro. Ogni tanto le manca ancora il respiro, ma non è più il "prodotto” di nessuno.

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