Delimitato da alcune importanti arterie viarie che i pratesi percorrono tutti i giorni per entrare e uscire dal centro storico (via Marx e via Roma) e per spostarsi da ovest verso est e viceversa (via Roncioni/Zarini e la declassata), il Soccorso si caratterizza come un quartiere a forma rettangolare, abbastanza prossimo al centro, eppure ricco di omissis conoscitivi.

Il primo, e forse più sorprendente, è quello sulla sua storia. Al di là del nome, infatti, che origina dal miracolo della Madonna del Soccorso del 1570, sappiamo poco del suo passato. Non solo è difficile trovare informazioni nella letteratura storiografica, ma persino sulla stampa locale. Un quartiere che non balza spesso alle cronache, che non fa parlare di sé. Per provare a indagarlo, è necessario ricorrere ad una serie di dati e alla storia orale che alimentata dai ricordi dei suoi abitanti e che affonda le radici negli anni del suo maggiore sviluppo, ovvero il periodo 1946-1960: il 53% degli edifici è stato infatti costruito in quel periodo, mentre il 33% è di epoca precedente. È durante quegli anni che il quartiere acquisisce una veste prevalentemente residenziale mantenendo tuttavia al suo interno una significativa area produttiva, secondo il tradizionale modello di sviluppo non regolato tipico del distretto industriale e come possiamo ben vedere dalla colorazione della mappa. Scopriamo inoltre che ha una elevata densità abitativa e con un numero sempre maggiore di residenti stranieri: +32% negli ultimi otto anni.

Tutte queste caratteristiche, che lo rendono per certi aspetti simile al Macrolotto Zero (la mixité urbanistica e una parallela carente dotazione di spazi pubblici), oltre a trovarsi al ridosso del centro storico, sono probabilmente la principale chiave di lettura per leggere il forte aumento di popolazione cinese che si è verificato negli ultimi otto anni (+62,6%), insediatasi, peraltro, in maniera piuttosto distribuita nel quartiere e non solo nelle vicinanze dei capannoni.  Oggi i residenti cinesi sono dunque la metà della popolazione straniera del quartiere per cui risulta meno efficace - anche in conseguenza della diminuzione del secondo gruppo di stranieri, gli albanesi sono il 21% meno, presumibilmente per l’interruzione dei flussi di ingresso e dei processi di acquisizione della cittadinanza - la tradizionale immagine multietnica del quartiere che si era imposta negli ultimi decenni.

Rispetto al dato medio comunale, le famiglie residenti al Soccorso sono più numerose tra gli stranieri (3,54 contro 3,17) mentre sono più “ristrette” tra gli italiani (2,19 contro 2,35), evidenziando anche una maggiore frequenza media degli alloggi in affitto (21,4 contro il 17,1) rispetto a quelli di proprietà. In questo quadro colpisce il dato relativo agli italiani, che non solo diminuiscono in termini numerici ma si caratterizzano per la presenza di nuclei unipersonali, anziani o persone che sfruttano la vicinanza con la rete autostradale per il pendolarismo lavorativo. Tra i non comunitari rimane assai significativa la presenza del gruppo dei pakistani, non tanto per la crescita del numero dei suoi membri quanto per l’elevato livello di concentrazione nel quartiere rispetto al resto della città. In questi ultimi anni, la crescita esponenziale dei cinesi e la significativa presenza pakistana hanno dato vita ad uno sviluppo di attività commerciali di tipo etnico all’interno del quartiere che è oggi una delle novità principali sulle quali misurare il livello di integrazione sociale e di convivenza tra le diversità culturali presenti nell’area.

Un ulteriore aspetto delle trasformazioni in corso che ci fanno intravedere il futuro stesso del quartiere, ci viene evidenziato bene dai dati sulla presenza di ragazzi stranieri nelle scuole che, seppur ubicate fuori dal perimetro del quartiere, sono da sempre fruite dai suoi abitanti: la Collodi (scuola primaria) e la Curzio Malaparte (scuola secondaria di I grado).  Come è possibile vedere anche dai grafici sottostanti, la Collodi ha oggi il 64% di studenti di altre nazionalità rispetto a quella italiana mentre la Malaparte il 38% (con numeri reali di ragazzi di origine cinese ben più significativi rispetto a quelli che sono al centro del dibattito pubblico, come ad esempio sulle Filzi), peraltro con una continua crescita nel corso degli anni. Resta il problema di fondo che accompagna sempre questo tipo di dati, ovvero come dobbiamo definire questi ragazzi al di là del dato statistico, dal momento che sono nati sul territorio pratese (almeno una gran parte di loro) e di “origine straniera” hanno solamente i loro genitori.

Nonostante la pressione migratoria e la densità sociale che lo caratterizzano, rimane sullo sfondo una sostanziale anonimità di un quartiere che, al di là di alcuni deprecabili fatti di cronaca, mediaticamente è sempre rimasto in seconda fila, quasi a preservare quella natura residenziale che nel corso degli ultimi anni sembra venire meno. Un quartiere che, seppur povero di presidi, servizi e luoghi pubblici, risulta complesso, poliedrico, transitato ma poco conosciuto, se non dai suoi residenti e da chi ha affittato i suoi capannoni o in quei luoghi ci fa affari.

Collettivo Lampiridi

Tutte le mappe e i dati di questo articolo si basano su fonti: Ufficio statistica del Comune di Prato; Osservatorio scolastico zonale – Ufficio statistica dl Comune di Prato.

Per approfondire:

- Iris (Istituto di Ricerca e Interventi Sociali), “Analisi di contesto e prime indicazioni sulle priorità di intervento. Report conclusivo” – Comune d Prato - Percorso per la definizione degli interventi prioritari e relative prospettive di finanziamento in tema di politiche di integrazione, 2014 (Open access).

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