Dentro il Soccorso

La leggenda o il miracolo del Soccorso non sono poi così celebri. Era venerdì, il 6 novembre del 1570. I fossi quella mattina erano straripati per un’improvvisa pioggia torrenziale.

Una pastorella, lì con il suo gregge per solcare i campi che si aprivano a perdita d’occhio al di là delle mura medievali, avvertì il pericolo. Presa dalla paura – si racconta – decise quindi di cercare riparo nell’unico presidio sopraelevato, un tabernacolo. Scansò così l’allagamento e la morte. La sua parabola corse di bocca in bocca, qualcuno sostenne che si salvò pregando. E la leggenda venne tramandata col nome di miracolo, che spinse i fedeli a erigere un santuario e a chiamarlo proprio così: Santa Maria del Soccorso.

Oggi da quelle parti, dove ci sono mille abitanti stipati in una sola via, non c’è mai il rischio di trovarsi soli, eppure non è così semplice cercare di salvarsi. Tra via Torino e via Padova, puoi gettare lo sguardo su un quadrivio di strade che sembrano tutte uguali. C’è sempre qualcuno che ti osserva dalle sedie di plastica del bar all’angolo. Ci sono le vecchie utilitarie abbandonate e i materassi sfondati, le isole della raccolta differenziata brutalizzate con lo spry, i pensionati con la busta della spesa, i bazar nordafricani. I tralicci mastodontici dell’elettricità guardano da vicino tutti i palazzi, che fanno a gara con loro in altezza. Gli occhi bellissimi di una donna col velo sorvegliano una bambina: le vengono incontro degli adolescenti nordafricani di ritorno da scuola, che vanno nella stessa direzione delle vedove dirette alla messa. Nessuno si saluta.

Non è vero che il Soccorso è grigio e pericoloso. Non è vero che è “il bronx”, come lo chiama qualcuno. È solo che, se ci passi del tempo, capisci che è il posto che somiglia di più all’anima di questa città e forse di tante altre che verranno nel nostro Paese. Somiglia anche alle cose che sentiamo in televisione e leggiamo sugli articoli di sociologia ma non riusciamo mai ad afferrare completamente. È il presepe vivente delle opportunità di Prato, dei suoi giganteschi problemi, della tensione sociale sopita ma pronta a detonare. Si respira la voglia di scappare e di tornarci, la difficoltà e l’adrenalina di vivere in un quartiere dove ogni 40 metri c’è un profumo diverso e sempre esotico.

Se sei straniero, camminarci senza perdersi, appena ci si allontana dalla strada maestra che ne costituisce la dorsale, non è semplice. Qui lo straniero è solo chi non viene spesso, chi non ci abita, chi non frequenta: da qualsiasi angolo di mondo tu provenga, puoi scommettere che nel raggio di uno sguardo ci sia qualcun altro che abitava molto vicino a dove sei nato tu. Le nazionalità registrate all’anagrafe sono più di cento e sono rappresentate tutte qui: è l’unico posto dove questo accade.

Foto di Serena Gallorini

Il quartiere corre sulle ali di via Roma, un rettilineo di un chilometro in cui il traffico può andare in un solo in un senso di marcia: via dal centro. La strada porta il nome della capitale del nostro Paese e da qui si dipanano – in una scelta toponomastica involontariamente ironica – le vie che hanno il nome delle sole città italiane. Via Alessandria, via Napoli, via Torino, via Padova, via Modena, via Verona, via Trieste. Si può camminare per dieci minuti e pensare di esser ancora nello stesso punto. Ma sempre e solo se sei straniero. Perché invece Sara, Munir e Kalèd, che ci abitano da quando sono nati, conoscono l’angolo di visione di ogni strada. Anche le scorciatoie più veloci tra gli androni dei palazzi per arrivare in trenta secondi dalla chiesa ai giardini di Via Marx. Giocano a cronometrarsi: uno si piazza al punto d’arrivo, l’altra prende il tempo sull’orologio e il terzo corre per fare il record. Quando l’atleta arriva all’altalena, un ululato parte e raggiunge il cortile della chiesa dove il cronometro si ferma. Se uno straniero volesse andare dall’uno all’altro posto ci metterebbe dieci minuti, escluse le soste per chiedere ai ‘non stranieri’ da che parte sia necessario andare.

Niente piazze. Ci s’incontra tra gruppi linguistici simili nei negozi etnici, negli androni, nei cortili lastricati dei palazzoni. Gli uni sembrano indifferenti agli altri, ma degli altri parlano – male – fra loro. Nessuna guerra affiora. La tolleranza reciproca ha un equilibrio impalpabile, rinfocolata più dalla diffidenza e dalla paura che dal rispetto. In quattro o cinque chilometri quadrati c’è un pezzo di vita colorata che raccoglie i pronto moda cinesi e li mischia con gli operai edili di Valona, a zero metri dal centro storico, a zero metri dalla strada che porta via dalla città. Un’altra leggenda o un altro miracolo non ancora celebri.

Una convivenza sospettosa

A ferragosto puoi tagliarti i capelli, farti le unghie, prendere le arance. Per una fettina di carne, invece, puoi entrare tranquillamente in una delle macellerie Halal. Il caffè, le sigarette, un massaggio? Tutto aperto, come ogni giorno, come un tempo che conosce le feste ma sceglie di sacrificarle in nome del multiculturalismo. Altro che liberalizzazioni. Una didascalia ideale alle porte di via Roma reciterebbe certamente: “Benvenuti nella Repubblica indipendente del Soccorso”, dove la commistione fa la differenza. Ma nessuno, qui, ti spiega nulla. Si deve imparare tutto senza parlare. Anna abita a Montemurlo, ma viene a far le pulizie in casa in diversi stabili della zona. Lo spiega subito: «Metà di questo palazzo è abitato da italiani e metà da cinesi. Non si salutano, non si parlano, nemmeno sul pianerottolo, hanno anche due referenti condominiali diversi. Non litigano mai, si ignorano». E questo è solo l’inizio della storia, che si ripete – con le stesse dinamiche – fra ciascuna delle nazionalità che popolano il Soccorso. Gli edifici sono abitati gradualmente da nazionalità medesime; dove questo non accade la mescolanza è una fusione a freddo, in cui gli elementi si diluiscono raramente e malvolentieri. Si può ipotizzare che si tratti di una prima fase del confronto fra persone (e fra i loro popoli) che corrisponde all’infanzia di un rapporto. Siamo palesemente allo stadio della diffidenza, che si può trasformare in qualcosa di miracoloso o di catastrofico. Intanto lo schema ha prodotto una sorta di ghettizzazione volontaria delle nazioni, una geografia che è possibile riprodurre empiricamente con un foglio e una penna.

Andrea Santini è il titolare dell’unica edicola dell’agglomerato: nel tempo di una sigaretta disegna la cartina del vicinato con dovizia di particolari. Albanesi in corrispondenza di questo bar in via Padova, cinesi accanto alla parrucchiera di via Ferrara, islamici nei pressi di quel kebab, sempre lungo la stessa direttrice. Una riproduzione fedele che si ritrova alzando gli occhi dalla cartina improvvisata, ma che non deve lasciare spazio al pensiero – facile e scorretto – che in questo posto non ci sia un impulso alla crescita, una prospettiva, un orizzonte di sviluppo. Innanzitutto perché ci sono tantissimi bambini. Poi perché c’è chi come Andrea ha scommesso imprenditorialmente sulla vivacità di questo posto. Non solo stranieri che vogliono fornire servizi specifici ai loro conterranei, ma anche italiani che tornano qui apposta, come lui. «Ho ripreso l’attività da mia zia nel 2015 – spiega – e credo che questo sia comunque un luogo con delle opportunità». Non un caso isolato. Lo stesso copione va in scena cinquanta metri più in là, dove un artigiano restauratore ha affittato un fondo dopo essere stato per anni nel centro di Firenze.

Non si può dire che queste persone non puntino sull’avvenire del Soccorso. Come non si può dire – soprattutto fra gli anziani – che ci sia chi queste speranze, almeno dentro di sé, le ha viste tramontare con disincanto. Mery Vannacci vive in via Ferrara da cinquant’anni: «Nel mio palazzo ci sono cinesi, albanesi, vatussi e talebane. Vorrei fuggire ma sono sola», dice incattivita. Anche Romano e Loriano, di ritorno dalla spesa fatta insieme per case e famiglie diverse, raccontano con realismo caustico la convivenza silenziosa. «Nessuno si lamenta, ciascuno vive la propria vita, ma queste non si incontrano mai con quelle che parlano altre lingue». Angela, infine, sposta il fuoco dalla qualità alla quantità, sempre con la stessa amarezza: «Siamo troppi!».

Rolando però sorride pacioso. Ha trovato qui la sua isola felice, nonostante tutto. E c’è da credere alla sincerità del suo ghigno quando racconta come ci è arrivato, trent’anni fa, passando da un viaggio su un peschereccio che da Valona trasportava la disperazione di duecento persone. Di quella traversata avventurosa verso Brindisi ricorda poco o nulla, dato che aveva quattro anni. L’Italia gli ha dato la libertà tramite il lavoro. Ed è stato il luogo dove il suo sogno si è spezzato, in un incidente che l’ha reso invalido e costretto a vivere di una pensione «senza potersi rendere utile». È diventato uno che vive guardando gli altri, uno che conoscono tutti.

Uno come “Volpe”, che ha vissuto tutte le fasi di cambiamento della vita del Soccorso negli ultimi decenni. Ha più di sessant’anni, è originario della Sicilia. Sa di essere nato ad aprile, ma non ricorda il giorno, forse perché nessuno lo ricorda più a lui. È solo. Il soprannome lo deve a questo suo cercare soluzioni e astuzie per sopravvivere. Sino a pochi anni fa, quando sono sbarcate nel vicinato le isole ecologiche, Volpe ha gestito tutto il business della spazzatura. Business? Sì, ma le organizzazioni criminali c’entrano solo di rimbalzo. Questo baldo signorotto, infatti, rovistava e raccoglieva tutto il giorno i sacchi che venivano lasciati nei bidoni del quartiere, poi riorganizzava il materiale e lo rivendeva. Racconta storie memorabili, vicende che sembrerebbero leggende metropolitane a chi non le sentisse raccontare dalla sua voce scompigliata: una volta trovò 2500 euro in un pacchetto; in un’altra occasione riuscì a venire in possesso di pistole e mannaie, con esiti inenarrabili riguardo alle trattative di chi voleva recuperarli. Oggi il suo quartier generale è una cantina, un cimitero delle cianfrusaglie che per lui – si vede – è il reparto neonatale di ogni idea.

Foto di Serena Gallorini

Infine c’è chi investe su stesso e sugli altri da un’altra angolazione: quella dello straniero che cerca un’idea di integrazione a partire dalla propria cultura. Abbiamo già detto che qui, gli stranieri, sono solo quelli che non ci abitano. Ma forzando la similitudine, quello di Afrim è certamente il tentativo di proporre una via alla convivenza che parta da punti di riferimento che arrivano dalla propria terra. Afrim è albanese e qualche anno fa aperto il bar più frequentato della zona, che si chiama “Zio e nipote”. Lo zio è lui (tutti lo conoscono con questo soprannome) mentre il nipote – ci abbiamo messo un po’ a capirlo – è chiunque entri nel bar all’angolo di via Padova. Marocchini, italiani degli altri quartieri, rumeni, pochi cinesi che giocano alle slot. Ragazzi dell’Est che tornano dai lavori a giornata nell’edilizia, padri stanchi, bambine che vengono a comprare le caramelle. Zio ha fatto l’autista per quindici anni, è diventato italiano, poi ha cominciato a costruire il suo sogno di promozione della convivenza attorno a salsicce albanesi e Campari al vino bianco. Attorno a lui ruota il mondo di quelli che qui non hanno paura a incontrarsi nonostante tutto. Ma anche al bar, in questo vortice instabile di contraddizioni, c’è spazio per un “noi e loro”, riferito soprattutto a coloro che non vogliono entrare nel gioco della mescolanza. «Non è detto che alle prossime elezioni non mi candidi per diventare consigliere comunale, per far rispettare le regole. Stiamo raccogliendo i consensi per la candidatura. Non voglio dire ancora con chi – si protegge Zio – però è arrivato il momento che quelli che non rispettano le regole siano penalizzati». Quando gli si spiega che le persone nel suo mirino non lo voteranno, la risposta è secca: «Le persone con cui ce l’abbiamo non possono votare».

La prima base, l’ultimo omicidio

“San Paolo paura”, si dice a Prato dagli anni Settanta in poi, alludendo alla difficile convivenza con alcuni giovani iracondi e di una violenza esotica, cugini buoni dell’integrazione difficile (ma pienamente riuscita) dei lavoratori del Sud del Paese che lì si sono stabiliti nel dopoguerra. Si parlava anche di “Galciana paura”, ai tempi in cui in via Capitini – negli anni Novanta – si trovavano numerose situazioni di degrado sociale, anch’esso sopito negli anni a venire. Insomma una specie di mantra, più simile allo sfottò che alla descrizione della realtà. Il Soccorso, invece, è immune a questo racconto: non sono né le urla, né le minacce di chi lo vive a renderlo un quartiere pericoloso. «Qui accade qualcosa tutti i giorni, cose che la polizia vuole sapere, perché si tratta spesso di accadimenti che hanno in qualche modo a che fare con qualcos’altro che sta per succedere». Ci confrontiamo con una persona di cui non possono essere rivelate le generalità, né particolari che riconducono alla sua figura. È una persona straniera, che vive qui da tempo e che usa il suo lavoro nel quartiere per nascondere la propria attività principale, quella di informatore delle forze dell’ordine.

Questo particolare ci dice che qui lo Stato in qualche modo c’è. Almeno con i suoi occhi. Il Soccorso non è il teatro della guerra a cielo aperto fra bande su cui a volte – forse con un pizzico d’immaginazione – le cronache si sono trovate a concentrarsi. Però è vero che si tratta di un luogo indecifrabile, ideale per pianificare nell’ombra. «Quello che faccio è semplicemente raccontare ciò che vedo. Parlo l’italiano e la mia lingua, che qui è molto usata. Conosco le persone che frequentano questi posti ogni giorno, perciò metto attenzione a quelli che arrivano e restano qui per brevi periodi», spiega l’informatore. Che si sofferma sulle vicende che si ritrova a rivelare con maggiore frequenza. «Succedono cose più piccole, soprattutto spaccio di droga per uso personale e furti. Ma le più strane, le più particolari, sono quelle che riguardano la preparazione di crimini. Qui ci vengono le bande che arrivano da altri posti, Paesi vicini all’Italia, per pianificare rapine o colpi d’altro genere. È una specie di base. Con la polizia parlo soprattutto di questo». Niente prostitute per le strade, nemmeno di sera. Nessuna notizia di bische clandestine. Gli spazi che venivano usati negli anni Ottanta come uffici direzionali sono stati in gran parte abbandonati e successivamente occupati da senzatetto e fuggitivi in condizioni di indigenza: nessun reato, tanto degrado. Qualche capannone cinese scovato nell’illegalità e per il resto, negli ultimi dieci anni, il quartiere ha fatto semmai parlare di sé soltanto un gruppo di ragazzi – italiani, rumeni, albanesi – che si rendeva protagonista di furti e spaccate. I giornali, imbeccati dagli investigatori, l’hanno battezzata “gang del Soccorso”. Tuttavia si tratta di un gruppo di giovani (e giovanissimi) autori di reati minori che sono stati bloccati nella loro azione dall’intervento del tribunale, che li ha condannati quasi tutti riuscendo a sfaldare il gruppo. L’informatore spiega che la gang non è mai stata un vero problema del quartiere, né una realistica minaccia per l’incolumità dei pratesi. «Facevano i bulli, ma qui finisce, perché quelli che compiono i reati veri non si mettono in strada a fare casino». L’informatore rischia la vita, ne è consapevole almeno da un paio d’anni. Da quando un gruppo di persone del Soccorso, solo per il sospetto che questa persona potesse essere stata testimone di una trattativa scoperta, le ha mandato un “forte avvertimento”. Un bene personale dell’informatore è stato distrutto nel cuore della notte con un’azione plateale (essere più precisi metterebbe in difficoltà l’interlocutore, ndr). «Io non ho davvero paura, ma spesso mi scontro con la preoccupazione per le persone che qui mi sono vicine. Poi ho un problema, non posso smettere di fare questa cosa, perché ormai c’è abitudine, quasi necessità, di guardare per raccontare. Non voglio stare dalla parte del bene, in verità io mi diverto a farlo, è il mio modo per sentirmi un pochino di più parte della società».

Le tensioni, come detto, affiorano difficilmente. E quando lo fanno sono davvero eclatanti. La mattina del 23 ottobre del 2011 il cane di un uomo è attirato da un forte odore che proviene dal centro dei giardini di via Carlo Marx. A terra c’è il cadavere di un uomo albanese di 27 anni. È sdraiato con la faccia sull’erba, ha un foro di proiettile nella nuca: l’hanno giustiziato. Si chiamava Alban Deliu, un ragazzo appassionato che aveva attirato le attenzioni delle forze dell’ordine per un piccolo precedente di droga. Poi, una volta, era anche entrato con una pistola giocattolo in un circolo di Chiesanuova, facendo scoppiare una violenta rissa. Un giovane perlomeno esuberante, molto noto nel quartiere. Alban aveva avuto una figlia da poco: oggi ha 10 anni. L’autopsia ha rivelato che nel suo corpo c’erano altri due proiettili piantati sul fianco sinistro, mentre le indagini non sono riuscite a far chiarezza sulla disordinata mobilitazione della sua famiglia nelle ore del delitto: forse qualcuno era a conoscenza degli screzi che Alban aveva con qualcuno del quartiere; forse la lite avvenuta poco lontano dai giardini qualche sera prima era il preludio di uno scontro finale. Forse davvero, come avevano ipotizzato alcuni investigatori che non hanno trovato sufficienti riscontri, il suo killer era venuto dall’Albania per consumare una vendetta. Tutto però è rimasto coperto da una coltre di silenzio impenetrabile. Si tratta, ad oggi, dell’ultimo omicidio irrisolto della città.

I punti cardinali di una storia da scrivere

Danilo Aiazzi è morto a 75 anni nel novembre del 1997. Aveva un tumore. Si è perso gli ultimi vent’anni del quartiere, dopo aver guidato la dinamica dei venti precedenti. Chiunque lo invocasse si limitava a dire “monsignore”. Prima che le sue condizioni di salute peggiorassero irreparabilmente, nell’autunno di quell’anno, decise di staccarsi dalla sua creatura – il quartiere – e ritirarsi in una casa di Montaione, tra Certaldo e Castel Fiorentino. Ma volle tornare a morire nella sua casa, in via Roma, da dove aveva immaginato e realizzato una visione, quella di un posto che potesse prendere e dare molto a tutta la città, sfruttandone l’autentica anima popolare. Don Aiazzi è stato un presidio imprescindibile del Soccorso e lo è ancora oggi nei riferimenti fisici rintracciabili sulla cartina del quartiere. Prendiamo ad esempio i campi di calcio – ora semi abbandonati – ritagliati all’interno di via Verona, via Alessandria e via del Purgatorio. Il prete fece costruire l’impianto e creò squadre giovanili che hanno fatto la storia sportiva e sociale della città: l’Ambrosiana. Poi la società calcistica si è fusa con la Zenith, i due grandi campi di fronte alla chiesa evangelica cinese sono divenuti terra di scorribande recintata da mura diroccate, da reti spaccate dalle intemperie e dalla noia dei giovani che passano di lì dopo la scuola.

Un set che rimanda al decadimento romantico, un profumo che impregna grandi parti di una zona le cui abitazioni e la cui disposizione sono state concepite in un momento di fortissimo sviluppo della città. Il Soccorso somiglia a San Paolo degli anni Sessanta e alla Chinatown del futuro: contiene l’onda espansiva dei pronto moda orientali (che mischiano la vita col lavoro) e la difficoltà di mantenere insieme una densità abitativa marcatissima, simile a quella di alcune città sudamericane e nordafricane. Accanto alla chiesa, c’è anche un Centro di accoglienza straordinaria con 80 migranti: è probabilmente il palazzo dove gli ospiti si sentono più “integrati”, ma aggiunge densità alla densità. Prima della fine del secolo questo non era considerato un problema: i grandi palazzoni con decine di condomini erano abitati da persone con possibilità economiche modeste ma proiettate verso il miglioramento: famiglie che aspiravano ad elevare la propria condizione economica e sociale. Oggi il quartiere è ancora molto popolare, ma regna la sfiducia nel futuro di cui è contagiato l’intero Occidente. E quindi quegli spazi stretti e quelle strade di finestre in verticale mettono le vertigini, creano apprensione, fanno fiorire una vita metropolitana in cui sembra dominare il grigio. È per questo che le case, qui, costano molto meno che nelle altre parti della città. Gli appartamenti vengono venduti a circa 1300 euro al metro quadro, quasi la metà che in altre zone alla stessa distanza dal centro storico, come ad esempio Mezzana. «Ma una volta non era così, tra le periferie era uno dei quartieri più quotati», spiega una signora che vive qui dal ’68, quando comprò casa assieme al marito. Questo vuol dire che anche se sono molti anni che la zona è popolosa, è da poco che è percepita come più “difficile”, dunque meno “vendibile”.

Di sicuro tira tutta un’altra aria rispetto ai tempi di Don Aiazzi, che aveva la stessa sicurezza nella fede e nel potere di far fruttare il denaro che la carità portava nelle casse della sua parrocchia. A lui si deve la presenza importante di Tv Prato, ospite di uno dei palazzi più imponenti di via Roma. Il prete si comportava da imprenditore nella città degli imprenditori, solo che invece di mettere sul mercato tessuti per il mondo lui cuciva il cappotto al quartiere. “Aveva costruito un impero economico, che poggiava sulla fede e sulla carità. Scuole, tv, radio, case di riposo, tutto a fin di bene, come si sforzava di ripetere a chi gli contestava un eccessivo interesse per le cose terrene”, spiega una cronaca de “Il Tirreno” il giorno dopo la sua scomparsa. E ancora: “Un prete che poteva permettersi (come di recente in alcune interviste) di contrariare il vescovo. Per molti anni la parrocchia del Soccorso ha goduto quasi di una sorta di extraterritorialità e di essa monsignor Aiazzi è stato il signore incontrastato. Un signore però mite, caritatevole, sempre al servizio degli altri”.

Foto di Serena Gallorini

Oggi la chiesa è guidata da don Marco. Che spiega come sia impossibile, per lui, avere uno sguardo completo delle dinamiche della zona: «Tanti anni fa abitavano qui persone molto diverse: gli stranieri sono aumentati moltissimo e molti di loro non professano la nostra fede. Noi cerchiamo di rimanere un punto di riferimento, perché questo è un posto difficile ma molto gioioso». Quindi, oggi, la chiesa è soprattutto il presidio degli italiani. Sono un cinquantina, invece, i musulmani che frequentano abitualmente la moschea di via Ferrara, uno stanzone ricavato sul retro di un kebab. Due di loro, qualche anno fa, sono stati espulsi perché ritenuti vicini alla Jihad, ma secondo i ragazzi pachistani del Soccorso – che sono sempre di più – si trattava solo di “lupi solitari”. Per incontrare una piazza spuria bisogna invece arrivare dall’altra parte dell’isolato, ai giardini di via Marx. Là ci sono molti giochi per bambini, ma durante la settimana rimangono inutilizzati. Ci si incontrano gli adolescenti, che a quell’età cominciano a dividersi per nazionalità, salvo casi sporadici. Ma siccome d’inverno non c’è riparo, il vero ritrovo è sempre quello del bar ‘Zio e Nipote’: un rifugio naturale in un posto dove gli androni si travestono da sale da ballo improvvisate, dove le sigarette sono pause fra una lotta verbale e l’altra. Anche gli altri bar della zona fanno la loro parte. Il mese scorso ne è stato aperto uno nuovo da una coppia di giovani. Qualcuno dice che «sono matti ad aprire qui», altri credono che invece «andrà molto bene perché hanno buon gusto»: è lo specchio dei due approcci al futuro del quartiere. I proprietari, che stanno nel secondo gruppo, lo sanno bene. Contano i clienti a seconda della nazionalità, sperando che non si intimidiscano e che non si facciano spaventare dalle divisioni, sperando di inseguire quell’armonia che renderebbe il loro “un posto per tutti”.