C'è questa immagine di città decise a piantare milioni di alberi per combattere il cambiamento climatico che non deve trarre in inganno. Non basta la "riforestazione" del pianeta per contrastare in modo efficace l'innalzamento della temperatura e le sue conseguenze. È un contributo importante, che ci fa sentire meno in colpa, che ci fa anche chiedere perché non sia stato applicato in modo sistematico prima, viste le ricadute sulla qualità della vita generale, ma non basta. Troppo bello se fosse così semplice. Per incidere adesso, è necessario abbattere le emissioni che produciamo.

"Le concentrazioni di gas serra in atmosfera sono tali che, solo attuando tagli rapidi e profondi delle emissioni in tutti i settori, si può raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature a 2°C rispetto all’era pre-industriale", si legge infatti in Climate Change and Land, il rapporto pubblicato l'estate scorsa dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. E l'Italia lo sta già facendo: secondo Eurostat nel 2018 ha ridotto le proprie emissioni del 3,5%, passando dalla produzione del 13,5% a quella di un tondo 10% del totale europeo. Ma, appunto, non basta. Secondo un altro rapporto presentato nel mese scorso, quello dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm), la situazione è peggiore delle previsioni: le cause del cambiamento climatico non sono in diminuzione ma in aumento. La temperatura è ormai di 1,1 gradi superiore a quella dell'epoca pre-industriale, la produzione di Co2 nel 2018 è aumentata del 2% a livello globale mentre negli ultimi quattro anni è aumentata addirittura del 20% rispetto al periodo precedente. Quindi alberi dappertutto quanto vogliamo, ma occorre fare anche qualcosa di più: è necessario cambiare. Con la consapevolezza che mutare approccio e abitudini nel 2019 significa sentirsi parte in causa di comuni problemi globali. Se poi ce ne freghiamo del cambiamento climatico e delle sue conseguenze, magari possiamo attivarci solo per rendere migliore il posto dove abitiamo. Ma se nemmeno questa leva funziona, allora potete pure smettere di leggere questo articolo, consapevoli che sarete comunque coinvolti in qualche modo, prima o poi.

Le politiche energetiche di Prato
Al tempo del primo sciopero di "Fridays for Future", dell'adesione all'emergenza climatica e del nuovo piano operativo, Prato sembra diventata di colpo una città "verde". Non ci sembra molto corretto. Chiunque si aggiri per la città capisce da solo che la strada da fare per definirsi tale è ancora lunga e soprattutto complicata. La notizia positiva però c'è: da tempo il Comune si sta muovendo contro le emissioni nella produzione di energia, nell'industria e nei trasporti, i tre grandi imputati nel processo al cambiamento climatico. Su come poi lo stia facendo e con quali risultati torneremo più avanti.

Entro il 2020, per esempio, Prato ha fatto conto di ridurre del 24% le proprie emissioni rispetto a quelle del 2009. Passare cioè dalla produzione di 968 mila tonnellate di Co2 l'anno a 733 mila tonnellate "e basta". Lo ha deciso nel 2014 con l'adesione volontaria al Patto dei Sindaci, un'iniziativa firmata Unione Europea, e con la successiva redazione del piano urbano della mobilità sostenibile (Pums) e del piano d'azione per l'energia sostenibile (Paes): i due strumenti conoscitivi e di programmazione a disposizione. Le cose però procedono a rilento. Nel dicembre 2017, il primo monitoraggio del Paes ha rivisto le stime sia delle emissioni totali che dell'obiettivo di riduzione (22%) e documentato un andamento tutto sommato soddisfacente: le azioni messe in atto fino a quel momento avevano infatti portato alla riduzione del 13% di emissioni. Una percentuale raggiunta con 61 diverse iniziative, alcune molto pratiche come il calcolo dell'adozione del fotovoltaico da parte dei privati (- 2% del totale), altre molto meno tangibili ma comunque calcolate, come la "sensibilizzazione degli utenti durante i controlli alle caldaie".

Poi sono arrivati i nuovi studi e gli allarmi sull'innalzamento delle temperature, le mobilitazioni generali e le nuove indicazioni dell'Unione Europea. L'obiettivo entro il 2030 è adesso ridurre le emissioni totali del 40% su quelle calcolate nel 2010. Riusciremo a stare al passo? «Stiamo aggiornando il piano d'azione sulla base delle nuove indicazioni e predisponendo gli atti da portare in consiglio comunale per l'approvazione – assicura Giovanni Nerini dell'ufficio politiche energetiche del Comune di Prato – conterranno anche le indicazioni della UE per l'adattamento al cambiamento climatico». Quello di prepararsi alle conseguenze è un aspetto cruciale di tutta la questione climatica, che riguarda senza troppo girarci intorno la nostra sopravvivenza sul pianeta. La Ue ha dato indicazioni precise: ridurre il consumo di acqua, rendere più sostenibile l'edilizia e ridurre il consumo di suolo, costruire sistemi di difesa dalle alluvioni, sviluppare colture che resistono di più in situazioni di siccità.

«Rispetto a qualche anno fa la situazione è sicuramente migliorata ma sarà difficile centrare gli obiettivi che ci eravamo prefissati per il 2020 – spiega Maria Rita Cecchini, presidente uscente di Legambiente Prato, che ha partecipato in prima persona alla stesura del Paes – la quantità di emissioni prodotte da una città dipendono da molti fattori su cui pesano a loro volta dinamiche non sempre leggibili e interpretabili. Per esempio possono essere migliorati negli anni i motori degli autoveicoli. Oppure l'economia riprende e allora assistiamo ad un aumento delle emissioni da parte delle fabbriche. Su questo caso specifico poi, a Prato non abbiamo dati perché Confindustria non li ha. Il Paes serve comunque a due cose - prosegue - Serve a capire quante emissioni produce una città e dovrebbe servire a mettere in moto meccanismi virtuosi a livello generale, con il Comune che traccia la strada. Da questo punto di vista l'amministrazione ha fatto un grande lavoro sui propri immobili, anche se il loro efficientamento non incide così tanto sulle emissioni totali. A Prato abbiamo un "ufficio energia" all'avanguardia, capace di stilare un bando per l'illuminazione pubblica che viene imitato in tante altre città perché mantiene efficace il sistema senza prevedere spese aggiuntive. Ma è faticoso seguire con continuità piani di intervento come il Paes, perché alla prima emergenza i fondi vengono dirottati – conclude – c'era per esempio un progetto molto interessante sui condomini: attraverso gli amministratori, il Comune ha fatto delle diagnosi gratuite e con quelle gli amministratori hanno concordato lavori di efficientamento energetico con i proprietari degli appartamenti. Ne sono partiti due, ma se progetti del genere si portano a termine e si diffonde la voce, allora si possono mettere in moto davvero meccanismi molto concreti».

Una città a mobilità zero
Quello che la città di Prato non riesce davvero a fare è intervenire sulla mobilità cittadina, con tutte le ricadute sulla vivibilità e sull'inquinamento che possiamo immaginare. Il Pums approvato nel 2017 è la fotografia di come le generazioni passate hanno lasciato la città ai pratesi di oggi e di domani . Una città in cui gli spostamenti e i servizi ad essi legati sembrano essere stati pensati fino ad un certo punto e poi lasciati a se stessi, nonostante sia stato tentato qualche intervento (sistema Lam e parcheggi scambiatori, ndr).

Al contrario della produzione delle emissioni industriali, cui pesano norme e leggi che molto spesso hanno carattere nazionale, quelle attribuibili al modo in cui si muovono gli abitanti di una città possono essere fortemente influenzate dalle decisioni locali. Questo bisogna tenere a mente quando ci lamentiamo del trasporto pubblico, della caoticità della viabilità cittadina, di tutti quei problemi che complicano i nostri spostamenti in città e dell'anidride carbonica che respiriamo.

L'emergenza climatica globale e l'azione cui vengono chiamate le singole nazioni spingono adesso anche l'Italia, la Toscana e Prato a mettere in pratica gli interventi previsti e a inventarsene di nuovi, integrandoli nel nostro caso col nuovo piano operativo votato alla riforestazione cittadina. Lo scenario pratese però non è incoraggiante: le auto sono ovunque - spesso ferme in fila - e ogni giorno contribuiscono all'innalzamento delle emissioni cittadine. Allora possiamo dire, non senza un certo cinismo, che questa sia l'occasione giusta per intervenire sulla mobilità con tempi un po' meno biblici di quelli cui siamo abituati? Lo spera, insieme a tanti altri pratesi, anche l'assessore alla mobilità Flora Leoni, che dopo una vita nella polizia municipale veste adesso i panni di chi deve prendere decisioni per il benessere di tutti. «Il Pums è un buon documento di programmazione preliminare, la parte operativa però è quasi tutta da scrivere e ce ne stiamo occupando – mette subito in chiaro – rimane il fatto che la nostra rete viaria ha subito una sola grande innovazione negli ultimi decenni: la tangenziale, e nient'altro. E il sottopasso del Soccorso, che reputo una grande opera, è ancora lontano, nella sua fase preliminare, e quando sarà terminato dovrà con ogni probabilità integrarsi con il ponte Lama, che al momento è un altro imbuto per la viabilità. Il senno di poi conta poco - prosegue - ma penso che se qualche anno fa non avessimo abbandonato il progetto della tramvia, forse adesso staremmo parlando di altre cose. Perché la possibilità di concepire interventi sulla mobilità riguarda le strade, le ciclabili ma anche il trasporto pubblico. E da questo punto di vista siamo fermi a causa del contenzioso sul bando per l'affidamento del servizio regionale. Ci dovrebbero essere delle novità a breve, ma non sappiamo cosa succederà».

A cosa servono le ciclabili
Gli interventi sulla mobilità portati avanti dal Comune negli anni passati riguardano la riqualificazione e la funzionalità di strade e piazze su tutto il territorio comunale, la predisposizione di alcune colonnine per la ricarica delle auto elettriche e soprattutto la creazione di nuove ciclabili. «Lo dico da pratese che si sposta con convinzione solo in bicicletta - racconta Flora Leoni - le ciclabili avrebbero potuto migliorare molto la mobilità cittadina ma per adesso non sono molto frequentate. Vengono vissute come percorsi benessere, per il tempo libero, e non come reale alternativa all'auto per attraversare la città. Questo dipende dal fatto che non sono ancora interconnesse tra loro, ovvero non sono ancora un circuito chiuso che permette di non abbandonare mai la pista fin quasi a destinazione. Continueremo a mettere in connessione le ciclabili per fare in modo che diventino un'alternativa valida agli spostamenti quotidiani da una parte all'altra della città. È certo che dobbiamo cambiare mentalità, ma se non ci sono alternative concrete è difficile anche sensibilizzare i cittadini, favorire nuovi stili di vita, concepire incentivi ai mezzi e pratiche alternative: è questo il problema ontologico con l'auto a Prato».

Ai mezzi alternativi all'auto oltre alla bibicletta si è interessato anche il Governo la scorsa estate, sull'onda di un fenomeno che sta prendendo sempre più piede anche in Italia. Non solo nelle città del Nord, anche in Toscana, a Firenze e a Prato, sempre più persone si affidano a piccoli mezzi elettrici come monopattini, segway e hoverboard per spostarsi da un luogo all'altro. Un segnale che sembra andare oltre la semplice moda e rispondere anche ad una nuova consapevolezza ambientale, oltre che di praticità.  

Gli albori della mobilità elettrica di massa
Per fortuna gli scandali delle emissioni truccate e la crescente sensibilità ambientale hanno messo in moto, letteralmente, tutte le più importanti case automobilistiche al mondo. La nicchia della mobilità elettrica e ibrida che si avvia a diventare fenomeno di massa. Basta dare un'occhiata alle auto attese sul mercato nel 2020 per rendersi conto di cosa stia succedendo: arriveranno decine di nuovi modelli - perfino la Fiat ha annunciato la 500 elettrica - popolando sempre di più un un settore che possiamo immaginare fagociterà - con il necessario abbassamento dei prezzi - tutti gli altri. Se insomma le politiche ambientali procedono coi propri tempi ed è complicato sensibilizzare l'opinione pubblica sulla mobilità sostenibile, ci penseranno probabilmente le auto, ovvero uno dei responsabili dell'inquinamento di ogni città, a far la parte del leone nell'abbattimento delle emissioni richieste a gran voce dall'Europa. Siamo insomma agli albori della mobilità elettrica di massa e se è ancora lontano il momento in cui le città saranno private dell'inquinamento prodotto dagli scarichi, è pur vero che adesso bisogna accelerare la transizione. Così la pensa il Governo, che quest'anno ha rilanciato l'Ecobonus, ovvero gli incentivi per l'acquisto di auto o motocicli con emissioni inferiori a 70 grammi di anidride carbonica per chilometro (vedi box sotto). Eppure le auto ibride ed elettriche in circolazione sono ancora poche, anche se in netto aumento. In Toscana, nel 2018, il parco di auto ibride ed elettriche era di 15.287 unità (13.635 ibride, 1652 elettriche), dice un'analisi del Centro Studi di AutoScout24, con un aumento del 35,4 % sul 2017. Il sesto posto a livello italiano. Delle sole auto elettriche toscane, 206 erano a Prato, ma secondo il rapporto Città Mez 2019 solo 35 erano di privati, mentre le colonnine di ricarica - una delle criticità della trazione elettrica - erano solo 13. La strada è evidentemente molto lunga, ma in altre città, non necessariamente troppo diverse da Prato, con l'auto elettrica si è voluto innescare meccanismi che non possono essere ignorati.

Prendiamo Cagliari, 154 mila abitanti. Chi possiede un'auto elettrica non solo ha libero accesso alla Ztl cittadina - più estesa di quella microscopica di Prato - ma può parcheggiare gratuitamente in ogni stallo a pagamento del territorio comunale. Attenzione però: queste possibilità non valgono per chi ha un'auto ibrida. Tutto questo per un costo annuo di 5 euro. Iniziative uguali o simili vanno registrandosi in tante città italiane, da Milano, Roma e Torino, per citare quelle più grandi, fino a Perugia, Verona, Bologna e Trieste. Piccole ma importanti decisioni che cambiano completamente l'approccio dei cittadini alla città. Se possiedi un'auto che non inquina puoi entrare nella zona a traffico limitato, quella creata per tutelare la salute in un centro storico, oppure premio la tua attenzione all'ambiente non facendoti pagare il parcheggio. Premiare chi non inquina. Non sembra una cattiva idea nemmeno nella città dove non esistono alternative all'auto.