Sono fortunato.

Sono fortunato perché lavoro ancora. Non tutti i giorni, per carità. Lavoro al 25%, un giorno sì e tre no. Lavoro al pubblico, quindi la maggior parte del tempo lavorativo se ne va in rimbrotti quali “tenete le distanze”, “entrate uno alla volta”. Qualunque obiettivo operativo ed economico lascia il passo a quello più grande: la sopravvivenza. Anche la gente è meno incazzata del solito. Per assurdo, la pandemia l’ha resa più calma. C’è da augurarsi che tornino i tempi dei pesci in faccia. Non è questa, la normalità. Per mia moglie non è cambiato nulla nella forma ma rischia di cambiare, alla lunga, nella sostanza. Lei è una partita IVA e lavora da casa da sempre, in una casa che solitamente non è così affollata. Lei la crisi la sente, nella forma e nella sostanza. C’è da dirlo, è un po’ meno fortunata di me.

Sono fortunato perché mio figlio è felice. Sembra avere capito che il periodo è strano, ma risponde con un entusiasmo veramente incoraggiante. Le sue maestre gli mandano tutte le mattine dei video con delle piccole spiegazioni e i compiti da fare. Le mie giornate sono segnate anche da questo ruolo di tutor: dalle letture, dalle tabelline, quella del 7 e dell’8 che ho sempre confuso anch’io. Assicurarmi che abbia capito i compiti e che sia felice di farli. Poi, mi sono improvvisato maestro di chitarra e di cinema. I primi rudimenti di chitarra, che così quando tutto finisce potrà formare una band con il suo amico che suona la batteria. La sera, un film che non sia un cartone, con lo spiegone iniziale per un bambino di 7 anni. Harry Potter, Guerre Stellari. Il nostro personale cineclub familiare, che non avevamo mai fatto. Alla fine, che non sia tutta colpa nostra.

Sono fortunato perché avevo in garage un letto dell’IKEA da montare. Era lì da un paio d’anni. Lo montiamo quando sarà più grande, quando avremo tempo. Eccolo qua, il tempo è arrivato. Ci ho messo tre giorni, di cui due per riuscire a trovare il nome del letto (era fuori produzione dal 2005) e trovare le istruzioni online. Ho rotto le scatole a tutti i call center IKEA, virtuali e non. Mi avranno odiato. Finivano la conversazione con “Buona quarantena”. Come dire: “Non hai nient’altro da fare che romperci le scatole?”. E dire che il nome era scritto su tutti i pezzi: si chiamava LO. E io avevo preso quelle due lettere per una sigla di chissà che cosa. Comunque, questa cosa mi ha risolto tre giorni. Altri tre giorni mi sono stati risolti dalla scoperta della Vaporella e dal suo utilizzo magico sui vetri di tutta la casa. Mica male.

Sono fortunato perché ho una zia che cuce. Mi cuciva sempre tutte le giacche di lamè quando era importante indossarle su di un palco. Adesso mi cuce le mascherine. Iperprofessionali, in tessuto lavabile. Non mi sono dovuto sbattere nel cercarle al mercato nero. Me le lascia sul pianerottolo quando va a fare la spesa al supermercato vicino casa. Sono fortunato anche perché mi hanno aperto un supermercato vicino a casa, e la fila per entrarci è sempre stata contenuta. L’ho già detto che sono fortunato.

Sono  fortunato perché non ho acquistato nessun biglietto per i concerti della prossima estate. Costavano troppo, e di concerti ne ho già visti tanti. Ma quando sarà tutto finito li prenderò. Tutti. Paul  Weller, Paolo Conte. E saranno dei concerti straordinari, con un sapore  diverso. Non riesco nemmeno a immaginarmeli, per ora.

Sono fortunato perché sono riuscito a smettere di guardare la conferenza stampa delle sei.  Non è stato facile. Per i primi giorni il commento era: “E’ terribile, però a Prato sta andando bene. Siamo stati bravissimi”. Tutto vero, ma comunque era un cercare di non guardare. Cercare di consolarsi che sì, è giusto rispettare le regole e tutto quanto, ma sta accadendo ancora lontano da qui. Poi succede, inevitabilmente, che la cosa tocca persone che conosci, che hai conosciuto. E allora tutti i dati delle sei perdono di senso. Come stai? Bene. Come sta tua moglie? E tuo figlio? Ecco, allora basta. Nient'altro è importante.

Fabio Fantini