Non esiste un modo certo per venir fuori da una situazione così delicata come quella che stiamo vivendo, ormai l'abbiamo capito. I rischi di tornare indietro di due mesi sono alti. Dobbiamo stare quindi molto attenti e nel frattempo adattarci alla nuova situazione.

Quello che invece ha deluso molti è il piano "molto articolato" cui il governo starebbe lavorando per la riapertura e che domenica sera, annunciando la Fase 2, tutti si aspettavano di conoscere (Decreto 26 aprile PDF) un po' meglio nel dettaglio.

Il 4 maggio 2020

Tra le altre cose (qui le FAQ del Governo):

- Si potrà far visita "ai congiunti" ma evitando riunioni di famiglia e mantenendo la distanza di sicurezza. Accanto ai congiunti è stato poi inserito anche "relazioni affettive stabili", i fidanzati insomma, perché il riferimento alla sola famiglia tradizionale è apparso davvero riduttivo nel 2020. Esclusi invece gli amici.

- Sarà consentito l'accesso ai parchi e ai giardini pubblici, previo mantenimento distanze di sicurezza e con l'obbligo di evitare assembramenti. Le aree gioco per bambini rimarranno chiuse se non si potranno contingentare gli ingressi. I sindaci potranno disporre la chiusura dei parchi a propria discrezione, là dove non sarà possibile garantire le misure di sicurezza.

- Si potrà tornare all'attività motoria anche lontano dalla propria abitazione.  Individualmente o comunque con la distanza minima di un metro. Si potrà quindi uscire con i bambini. Anche gli atleti professionisti potranno tornare ad allenarsi, rispettando le norme di sicurezza. Gli sport di squadra potranno farlo dal 18 maggio.

- Potranno essere celebrati i funerali, ma con un massimo di 15 persone.

L'inizio della Fase 2 ci libera apparentemente della costrizione della quarantena e ci permette di ritornare in libertà fuori dalle nostre abitazioni. A correre, a passeggiare, a portare un saluto ai parenti, ai fidanzati. Concessioni che tutti stavano aspettando ma che non devono essere scambiate col famoso "ritorno alla normalità". E' necessario stare attenti e continuare ad adottare le precauzioni tenute fino a questo momento. Conosciamo davvero poco del virus e non possiamo rischiare un passo falso, ha ribadito in sostanza Conte.

Torniamo fuori perché non possiamo più stare in casa, non perché il pericolo sia scomparso o la pandemia finita, anzi.

L'annuncio ha gettato nel panico governatori e sindaci, che chiedono a gran voce linee guida e norme più precise perché la realtà sembra un po' più complessa di quella compresa dalle norme del Decreto del 26 aprile.

A Prato, lo stesso Biffoni ha detto di essere "molto preoccupato per il modo in cui avverà la cosiddetta fase 2. Sarà fondamentale e dirimente la responsabilità dei singoli cittadini, solo il loro comportamento corretto potrà permetterci di dare qualche libertà in più.  Più complicata la regolamentazione dell'apertura dei giardini: ci confronteremo, possiamo ipotizzare delle fasce orarie, cercheremo di contingentare le entrate là dove è possibile, ma è impensabile poter riaprire tutto insieme anche i parchi cittadini. Resta poi il difficile tema dei bambini: dovranno essere i genitori, con il loro impegno e la loro attenzione, a dover valutare come mantenere quella distanza sociale che i più piccoli ovviamente non possono conoscere, consapevoli che questo significherà limitare i loro spostamenti nei parchi. Sono un genitore, capisco che dopo due mesi in casa sarà difficile frenare il loro entusiasmo, ma dovremo farlo".

Ce la faranno i pratesi a comportarsi con responsabilità?

Vogliamo riaprire

Incassato il colpo di non poter aspettare la scomparsa di nuovi casi, il governo ha deciso di gestire la Fase 2 con le stesse norme per tutte le regioni italiane nonostante la diffusione e l'andamento del virus presenti enormi differenze tra regione e regione.

Si è scelto quindi un criterio che guarda alle professioni a rischio più che alla diffusione  regionale del virus , come ha dichiarato il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli qualche giorno fa, spiegando, per esempio, "Che dentisti e parrucchiere sono le categorie più a rischio". E poi, è stato deciso di far riaprire i cantieri pubblici e privati e tra le altre anche tutte le attività strategiche votate all'export ancora chiuse.

E' il caso che ha portato alla riapertura anticipata del Distretto tessile di Prato, arrivata in modo rocambolesco, interpretando una circolare del Ministro dell'Interno Lamorgese ai prefetti in cui, recependo a sua volta una lettera dei ministeri della Sanità, dello Sviluppo Economico e dei Trasporti, viene sostanzialmente detto che è necessario consentire la ripresa a tutte quelle aziende votate all'export e il cui blocco potrebbe riflettersi negativamente sull'economia nazionale.

"L'inerzia non è nelle nostre corde - diceva il vicepresidente di Confindustria Toscana Centro Francesco Marini in una nota serale di domenica 26 aprile -  Alcune imprese, di tutti i settori ma per lo più produttori di tessuti e filati e meccanotessili, riapriranno a pieno titolo, con comunicazione alla Prefettura, avvalendosi dell'opportunità offerta dalla circolare ministeriale che definisce come strategiche le aziende prevalentemente esportatrici; assieme a queste, anche le loro rispettive filiere che potranno anch'esse comunicare alla Prefettura la ripresa dell'attività dichiarando la propria natura di fornitori delle imprese esportatrici.
Ma ci saranno anche aziende tessili che non rientrano in nessuna delle due categorie, rivolte prevalentemente al mercato interno e non fornitrici di aziende esportatrici, che potranno comunque avere una minima attività per la manutenzione e la conservazione dei materiali e dei semilavorati: sarà infatti in vigore anche l'ordinanza regionale che ha meglio regolato, rispetto al decreto governativo, questo tipo di attività. Insomma, in un modo o nell'altro domani la vita ricomincia".

Una vittoria per il Distretto e per tutti suoi 41 mila addetti (Confindustria/Istat 2017) insomma, che potranno addirittura tornare al lavoro prima del 4 maggio. E' una logica che sacrifica all'economia l'aspetto sanitario della situazione pratese, dove il 39% degli addetti tessili è over 50, categoria che in Toscana è quella che ha contratto maggiormente il Covid-19 (19,8%, Ars), e si appella al rigoroso rispetto delle norme di sicurezza nazionali e anche regionali.

L'adozione di un criterio legato alle professioni a rischio contagio sembra aver determinato il calendario delle riapertura successive. Il 18 maggio riapriranno negozi e musei, i cui ingressi dovranno essere contingentati, e il primo giugno anche bar, ristoranti, estetiste e parrucchieri, con una serie di rigide precauzioni su cui ci sarà tutto il tempo di tornare.

Per queste aziende spesso piccole, che sono state le prime a chiudere,  la vita di migliaia di famiglie non riprenderà nemmeno il 4 maggio. E il criterio adottato per gestire la riapertura le penalizza ancora di più.

Le reazioni delle associazioni dei commercianti sono state immediate e durissime. Per rimanere nella nostra provincia, il presidente di Confesercenti Prato Mauro Lassi protestava dicendo che “Vogliamo riaprire, il tempo delle parole è finito! Adesso basta con annunci e promesse non mantenute. [...] Dopo quasi due mesi di interruzione delle attività commerciali, una non partenza di tutte quelle attività finanziarie di sostegno per le imprese (su tutte il bonus all’accesso al credito agevolato) e per i loro dipendenti, promesse dal Governo ma non ancora attivate, è arrivata ieri sera la decisione di prolungare lo stop. Quando nella categoria moltissime attività si stavano già preparando a implementare al dettaglio tutti i protocolli di sicurezza per riprendere gradualmente il lavoro”.

Anche Confcommercio, che aveva già chiesto la riapertura per tutti il prossimo 4 maggio e criticato le misure di sicurezza aggiuntive (il metro e ottanta di distanza) introdotte da un'ordinanza regionale, è tornata alla carica. "Dovremo convivere con il virus, è vero. Ma convivere non significa chiudere e destinare alla morte le imprese e il sistema economico - ha detto il presidente di Prato e Pistoia Stefano Morandi - Pur guardando ai rischi sanitari e alla tutela delle persone, appare inconcepibile perché aprire un negozio, un bar o una qualunque altra attività nella quale entrerebbero al massimo una o due persone alla volta, viene considerato più pericoloso rispetto ad altre realtà".

Il 27 aprile alcuni bar e ristoranti del centro storico hanno addirittura protestato pacificamente con striscioni dove era scritto "Fatti concreti. Aprire per non morire, no grazie. #TuttiUniti".

Dopo due mesi di lockdown, e distinguendo chi vorrebbe un ritorno alla vita com'era prima da chi invece chiede regole precise per adattarsi e provare a non fallire, appare chiaro che la Fase 2 diventa una corsa alla sopravvivenza per tutte le aziende ancora chiuse. Sembra altrettando evidente che la cautela adottata dal governo riguarda sia la natura degli esercizi commerciali sia il comportamento dei loro clienti e avventori, anche se non ci sono molte differenze pratiche tra fare la fila per il pane o per un caffè.

Dimenticati

Chi nella presentazione della Fase 2 cercava certezze, non ne ha trovate. Chi cercava conforto, nemmeno. Stiamo parlando di tutte quelle categorie sparite dal dibattito all'inizio di marzo: la scuola e i bambini, tutto il comparto degli spettacoli dal vivo.

Nessuna parola sulla scuola, se non su invito di un giornalista, domenica 26 aprile. E per dire che riapriranno a settembre e che non si può mettere in pericolo la classe dei docenti, che ha un'età media molto avanzata. Due frasi, forse tre per sacrificare in un colpo solo l'importanza della didattica sui cervelli degli italiani di domani.

Intendiamoci, così come già scritto, nessuno pretende di riaprire tutto e tornare a com'era prima. Dobbiamo stare attenti e adottare tutte le precauzioni possibili. Ma siamo anche abbastanza razionali per immaginarci l'esistenza di un modo sicuro per portarla avanti, la didattica, anche zoppa e integrata con quella a distanza. E tralasciamo le complicazioni reali di dover tornare al lavoro quando in casa c'è un bambino, che non si sa a chi affidarlo se non ai nonni, la categoria più vulnerabile al Covid- 19.

Un sentimento e una necessità pratica che a Firenze, in questi giorni, sta virando soprattutto a favore dei servizi educativi per i più piccoli. Posizione che vede anche il sindaco di Prato pronto "a fare la propria parte per valutare tutte le possibili soluzioni che anche nel periodo estivo offrano soluzioni per i bambini e ragazzi più piccoli in attesa della ripresa delle lezioni a settembre. Per fare qualunque cosa è però necessario che il Governo dia ai Comuni almeno delle linee guida, altrimenti sarà impossibile intervenire". Linee guida, idee o deleghe per inventarsi qualcosa. Su tutti i fronti. Per provare a convivere con il virus così come ci viene ripetuto da mesi. Puntuale, è arrivato poi l'annuncio: stiamo progettando.

Per arrivare infine al settore degli spettacoli dal vivo. Sparito dall'orizzonte. Anche se è probabilmente impossibile fornire una data, forse esiste un modo per adattarsi al virus e riprendere in qualche modo l'attività anche solo di programmazione di teatri, sale concerti e così via. Piccole certezze per mezzo milione di posti di lavoro.

Emblematico a questo proposito sembra essere il caso del divieto di partecipare alla messa e del duro attacco della CEI al governo, accusato in questo modo di violare la libertà di culto. Il governo ha poi risposto con una nota ufficiale rassicurando tutti: verrà studiato un protocollo specifico per permettere ai fedeli di partecipare in sicurezza alle funzioni. A questo punto si sono verificate due cose, a breve distanza l'una dall'altra: a qualcuno è venuto in mente che non c'è poi una gran differenza tra una chiesa e un teatro, e il Papa si è esposto dicendo che bisogna seguire le regole dettate dai governi contro la pandemia.

Qualcosa su come ne usciamo?

La cosa meno chiara è il criterio che ci permetterà di dire di esserne usciti o, meglio, quando potremo dirci sicuri di stare andando bene.

Nel testo del Decreto del 26 aprile compaiono due diagrammi (allegato 10) che illustrano le attività che andranno portate avanti per monitorare l'andamento dell'epidemia e i criteri sulla base dei quali si potrà procedere al fantomatico ritorno alla  "normalità". Sono spiegati molto bene qui.

Il primo contiene indicazioni a livello nazionale, "un piano generale per la valutazione degli “standard minimi di qualità della sorveglianza epimiologica”, un sistema che dovrebbe consentire di tenere traccia della capacità di identificare l’andamento dell’epidemia. È suddiviso in quattro fasi distinte principali: da quella di lockdown a quella di “preparazione” prevista dopo la fine della pandemia, e quindi orientata verso la prevenzione di nuove epidemie", scrive il Post.

Prevede quattro fasi, ma in realtà sono cinque. Quella del "lockdown", la fase 2a, la fase 2b, la Fase 3 e la fase 4. Dal 4 maggio possiamo supporre di entrare nella Fase 2a, la cosiddetta "transizionale iniziale" per accedere alla quale è previsto il rispetto dei criteti: "stabilità di trasmissione, servizi sanitari non sovraccarichi, attività di readiness, abilità di testare tempestivamente tutti i casi sospetti, possibilità di garantire risorse per contact-tracing, isolamento e quarantena".

Il passaggio alla fase 2b avviene se a questi criteri sarà aggiunta la capacità di monitoraggio epidemiologico e sembra essere demandata soprattutto alle regioni, protagoniste del secondo diagramma.

"Il diagramma inizia dalla fase attuale di “lockdown” e indica una lista di quattro punti da soddisfare per poter passare alle fasi successive, a condizione che nel complesso mostrino un trend in miglioramento del 60 per cento (indicazione piuttosto oscura) - si legge sul Post - L’elenco comprende dati come il numero dei casi con sintomi rilevati, quello dei ricoveri ospedalieri e la quantità di pazienti trasferiti nei reparti di terapia intensiva. Le istruzioni sulla valutazione del “trend in miglioramento” non sono molto chiare nel diagramma, e dovrebbero essere integrate con altre istruzioni".

Una regione, si legge nel diagramma, per accedere alla Fase 2 deve garantire che la trasmissione del virus sia stabile. Deve quindi rispettare altre indicazioni che dal 4 maggio diamo per scontate ovunque in Italia: “numero di riproduzione di base” (R0), che esprime la quantità di persone che in media contagia un individuo infetto. Se il numero è inferiore a 1, significa che in media viene contagiata meno di una persona da ogni infetto, e quindi l’epidemia rallenta progressivamente. Il calcolo di R0 in una fase di attenuazione delle misure restrittive è quindi essenziale per valutare se l’epidemia continui a rallentare o se subisca nuove accelerazioni". "Il diagramma segnala diverse condizioni per cui una regione possa definire stabile l’andamento del contagio - si legge ancora sul Post - Devono essere valutati il numero di casi positivi rilevati nelle ultime due settimane e segnalati alla Protezione Civile e le segnalazioni alle altre reti di sorveglianza, gestite dall’Istituto Superiore di Sanità e dal ministero della Salute".

Questi diagrammi servono come linee guida per determinare nuove "zone rosse" qualora l'epidemia torni a diffondersi dopo il 4 maggio. I presidenti delle Regioni dovranno monitorare i criteri indicati e qualora non venissero rispettati proporre nuove "zone rosse".

Dopo la chiusura e la riapertura decisa a livello nazionale, l'inizio della Fase 2 sembra coincidere con il passaggio ad una gestione ancora più territoriale dell'epidemia, anche se sempre in termini restrittivi.

Ma come gestire l'andamento del contagio non sembra ancora molto chiaro. Basta questa dichiarazione del sindaco di Prato, dall'inizio dell'epidemia sempre molto attento e scrupoloso al rispetto delle regole, per capire che mancano informazioni per permettere di gestire la Fase 2. "Chiedo al governo un chiarimento sulla mappatura dei contagi. A chi e come dovranno essere fatti i test sierologici, se e come ci sarà una app. E' fondamentale saperlo, il Coronavirus non è sparito".

In che modo valutiamo la Fase 2 se non sappiamo come procedere?