Come stai?*
E’ la domanda che ultimamente ci viene fatta di più da chi ci cerca, da chi sentiamo sorprendetemente spesso rispetto a prima, è la frase che ci arriva quotidianamente su Whatsapp ed è, soprattutto, la frase a cui meno ho voglia di rispondere.
Non pensare a come sto è l’arma che ho deciso di imbracciare per tenere viva la fiammella della stabilità psichica. Se vogliamo dirla tutta, ho paura a chiedermelo, e quindi cerco di respingere ogni pensiero la cui linea temporale superi la soglia del “Cosa preparo per cena?” oppure “Chi scende a prendere il pane domattina?”

Sono fortunata perché posso lavorare da casa, e il mio compagno anche. Quindi, a parte qualche conference call simultanea in cui ci facciamo gesti tipo “parla più piano”, le giornate dal lunedì al venerdì scorrono abbastanza bene. Si finisce di lavorare, si guarda la conferenza della Protezione Civile, si fanno ipotesi e si cerca di interpretare i dati. Si cena, si guarda un po’ di TV. A parte le videochiamate con amici e parenti, sembrano giornate normali (chissà se la manterremo anche dopo, questa abitudine delle videochiamate. Io spero di no).

Sto bene perché impiego tutte le mie energie al servizio di un unico scopo: non pensare a quello che sta succedendo. Allontano con forza la paura che si ammali una persona cara e il pensiero di cosa possa aver provato chi ha perso qualcuno senza nemmeno poterlo salutare. Cerco di vivere in questa bolla dove esiste solo il qui e l’ora, senza pensare al domani e cercando di vivere in una routine improvvisata e auto-imposta. Si vive in apnea. E in apnea, lo sanno tutti, non ci si può permettere il panico. Ci vogliono calma, concentrazione e piccoli movimenti.

Cerco di non pensare al fatto che probabilmente salteranno le vacanze e i weekend che avevo già programmato. Cerco di non pensare a come sarà “il dopo” e soprattutto a quando sarà il dopo, se sarà un momento sancito da un comunicato che potremo ricordare come il grande spartiacque oppure se sarà un processo lento e non identificabile con un punto zero. E se non sarà immediato, come sarà?
Continueremo a lavorare da casa? Ci sarà ancora lavoro per tutti? Torneremo ad uscire? Ci stringeremo la mano quando ci presenteremo? Andremo ai concerti? Affolleremo le vie del centro col bicchiere in mano e quella sensazione di invincibilità che la bella stagione ci regala ogni anno? Non lo so, non lo sa nessuno. Non è saggio chiederselo.

Apnea.

In queste settimane ho assistito a un bombardamento di stimoli digitali: dirette Instagram, contenuti messi a disposizione gratuitamente, iniziative personali e collettive create allo scopo di occupare il tempo. Fitness, musei, lezioni di canto, letture di poesia, corsi di cucina. Ho apprezzato lo sforzo, ma dal canto mio ho preferito scaricare un giochino scemo in cui si disegna e si indovina cosa disegna l’altro. Una specie di Pictionary, ma silenzioso. Devo dire che come scacciapensieri funziona discretamente.
Chissà, forse riscaricherò anche Ruzzle.

Ho bisogno di concentrarmi su piccoli obiettivi, possibilmente futili. Ogni volta che abbasso la guardia e cominciano ad affacciarsi pensieri poco confortanti mi butto in cucina e inzio a impastare qualcosa: torte, biscotti, pasta fatta in casa. Oppure mi infilo gli Air Pods nelle orecchie e riordino cassetti, riorganizzo spazi, faccio pulizie.
Elaboro sofisticatissime liste della spesa, con gli articoli elencati in rigoroso ordine di corsia. Cucino 14 volte a settimana. Sì, mi manca uscire a cena.
Vedo i mie in videochiamata (a dire il vero: per i primi 5 minuti vedo solo le loro fronti) e regolarmente li cazzio poiché, essendo over 65, avrebbero diritto a farsi portare la spesa a domicilio, ma mia madre vuole andare di persona perché “non so fare la lista della spesa, quello che mi serve lo capisco trovandolo lì”. E non la smuovi.

Il 17 marzo ho festeggiato il mio compleanno senza la maggior parte delle persone a cui tengo e no, farlo in videochiamata non è stata la stessa cosa. Ma lo ricorderò per sempre. Credo.

Un giorno avrò tutto il tempo di pensare all’epicità del momento che stiamo vivendo, al fatto che parleranno di noi sui libri di storia, agli aneddoti che racconteremo da vecchi durante “La pandemia del 20”. Ma adesso no, non ne ho voglia e forse non ne ho nemmeno la piena coscienza.

Apnea.

(*Liberi di non crederci: mentre scrivevo queste righe mi è arrivata un’email che esordiva con “Come stai?”)

Monia Del Moro