Viaggio nella Residenza per anziani costretta a gestire l’epidemia

Era nata cent’anni fa nella piccola frazione di Comeana, dove ha vissuto ed è morta nella notte fra domenica e lunedì scorso.

Per via della sua età l’anziana era diventata immediatamente un simbolo di resistenza per la comunità in lotta con i contagi: anche lei era risultata positiva al tampone per Covid 19 assieme ad altri sette ospiti della residenza sanitaria assistita dove stava da dieci anni.

La stessa Rsa è divenuta in questi giorni un luogo di quarantena per il contenimento del contagio: non sono ammesse visite di alcun tipo, possono entrare e uscire solo gli operatori che agiscono con misure di sicurezza straordinarie messe in campo dall’Asl. I contagi si sarebbero verificati, a giudicare dalle tempistiche e non con cognizione di causa scientifica, a partire da uno degli operatori della struttura: un giovane infermiere che si era recato in Lombardia per un evento musicale nelle scorse settimane. Dopo che lui ha manifestato i sintomi, gli è stato fatto il tampone: positivo. Così sono partiti i test su tutti gli anziani ospiti della struttura che presentavano sintomi influenzali, seppur lievi: 8 postivi su 13 tamponi. La centenaria era una di loro e come si può immaginare era la più anziana nella struttura. Gli altri positivi hanno un’età compresa fra i 74 e gli 89 anni.

Alessio, il figlio della donna, andava a trovarla spesso, anche se la donna non era più in condizione di rispondere agli stimoli. L’ha fatto fino a che ha potuto, ovvero fino a quando la scorsa settimana non è arrivata la notizia del contagio. Alle presumibili sfide di una vita lunga un secolo, alle battaglie da affrontare contro le varie patologie di cui soffriva, s’era aggiunta dunque anche la prova della lotta da combattere senza gli affetti. La vittima non è stata conteggiata ufficialmente nel computo regionale dei deceduti per Covid-19, proprio per via del complicato quadro clinico che già la ammorbava. Immaginiamo che nella sua parabola abbia vissuto innumerevoli prove. E che per cinque giorni, gli ultimi, sia stata anche un emblema. Prima di andarsene, poco importa se - per - o - con - il coronavirus. Abbiamo infine chiesto alla direttrice di quella Rsa, la “Onlus Casa accoglienza”, di raccontarci come sono queste difficili ore nella struttura.

Paola Lombardi, 45 anni, si è ritrovata al centro di un incubo da far vivere ai suoi anziani ospiti come fosse un sogno, tanto per citare il sapore di un film come “La vita è bella”, diretto da un regista che con Prato ha avuto certo molto a che fare.

Direttrice, come avete raccontato la morte di un’ospite agli altri anziani?  
“Non lo abbiamo fatto. La signora di cui sta parlando viveva in una camera ed era a letto da moltissimo tempo, abbiamo fatto in modo di non drammatizzare l’evento per gli altri”.

Cosa sta facendo in questi giorni, con che spirito affronta la difficoltà di avere 7 anziani ospiti contagiati?  
“I ruoli sono saltati, qui siamo diventati tutti uguali, diamo una mano in qualsiasi settore. Mi ritrovo io stessa a pulire, a rispondere al telefono (ha risposto effettivamente lei, ndr), a fare assistenza, a sanificare l’ambiente, che è fondamentale”.

Come stanno gli ospiti infetti?
“Sono tutti asintomatici, infatti stiamo chiedendo tamponi di controllo per capire se sono ancora positivi”.

Quanto tempo lavorate in queste giornate?  
“Dalle 10 alle 12 ore al giorno. Siamo tutte donne e un uomo, circa una trentina di persone. É un’avventura, i primi giorni sono stati davvero difficili. Siamo in quarantena fiduciaria, non possiamo uscire nemmeno quando ci serve una medicina”.

E quindi, quando vi serve quella medicina, come fate?  
“Le persone all’esterno ci aiutano: vanno a fare la commissione in farmacia e ci lasciano le scatole fuori, sull’uscio. Il motto, da qui dentro sino al resto del paesino, è diventato mettersi a disposizione degli altri".

Nessuno di voi ha avuto paura a farlo? Ad esempio, nessun operatore si è spaventato di venire a lavorare ogni giorno in un posto di infezioni certificate?
“No, la maggior parte di noi si è messa d’impegno con coraggio. Forse tre o quattro, che sono in malattia… ma non saprei dire…”.

Come raccontate il coronavirus agli ospiti?  
“Sono 31. Non c’è vera preoccupazione tra loro, almeno questo è l’obiettivo che abbiamo. Dobbiamo far prevalere la dimensione del gioco. Oggi per esempio sono stati coinvolti nei processi di sanificazione dei pennarelli”.

Disegnano?
“Fanno tutto, ma molti hanno l’Alzheimer. Continuano a far anche l’attività di animazione e di fisioterapia”.

Guardano la tv?  
“Certo”.

Come reagiscono alla vostra preoccupazione per il contagio?  
“Sono sorpresi. Ci vedono vestiti e bardati in modo eccessivo e ci chiedono perché non possono mascherarsi anche loro: l’hanno presa come una sorta di carnevale”.

C’è chi è più cosciente degli altri?  
“Uno. Uno di loro. Oggi mi ha detto: "Noi non lo prendiamo perché si sta tutti qui. Quando tutto è finito faremo una festa con la corona in testa".

Foto copertina di Massimilianogalardi - Opera propria, CC BY-SA 3.0,